Il piano prevederebbe la consegna graduale delle armi di Hamas e il ritiro delle forze israeliane dalla Striscia. Restano però irrisolti tempi, verifiche e ordine delle operazioni, mentre da Gaza continuano ad arrivare notizie di vittime e condizioni umanitarie drammatiche
Gli Stati Uniti e Hamas hanno annunciato di aver raggiunto un’intesa sul disarmo del movimento palestinese e sul progressivo ritiro delle forze israeliane dalla Striscia di Gaza.
Il presidente americano Donald Trump ha definito l’accordo «storico», sostenendo che verrà applicato attraverso fasi coordinate: al completamento del disarmo dovrebbe corrispondere il ritiro delle truppe israeliane, mentre una forza internazionale e una nuova polizia palestinese assumerebbero la responsabilità della sicurezza.
Un alto esponente di Hamas ha confermato che «un accordo è stato raggiunto» sulla questione delle armi e su un ritiro graduale israeliano.
Manca però un elemento decisivo: Israele non ha ancora aderito ufficialmente all’intesa. Senza l’approvazione del governo di Benjamin Netanyahu, l’annuncio resta un’importante apertura diplomatica, ma non ancora una pace concretamente applicabile.
Versioni differenti sulla sequenza
Uno dei principali nodi riguarda l’ordine con cui dovrebbero avvenire il disarmo e il ritiro.
Il Board of Peace promosso dall’amministrazione Trump sostiene che Hamas abbia accettato un piano operativo per consegnare tutte le armi, seguito dal ritiro israeliano.
La posizione espressa dai negoziatori di Hamas appare però diversa.
Ghazi Hamad, membro della delegazione palestinese, ha dichiarato che il movimento non procederà al disarmo prima che Israele inizi a lasciare la Striscia.
Secondo una fonte vicina ai negoziati, le armi pesanti verrebbero custodite sotto il controllo di una futura amministrazione palestinese e non consegnate direttamente a Israele.
Queste divergenze non sono secondarie. Il successo dell’accordo dipenderà proprio dalla capacità di rendere simultanei, verificabili e irreversibili i due processi.
Israele chiede la completa smilitarizzazione
Una fonte israeliana citata nelle ore precedenti aveva riferito che Israele non considerava soddisfacente una proposta composta da 15 punti.
La posizione attribuita al governo è che il disarmo di Hamas, la rimozione delle armi e la completa smilitarizzazione della Striscia debbano avvenire come condizione preliminare per qualsiasi ulteriore passo.
Israele controllerebbe ancora quasi il 70% del territorio di Gaza e difficilmente accetterebbe di ritirarsi senza garanzie concrete che Hamas non possa riorganizzare le proprie strutture militari.
Anche per Netanyahu la questione è politicamente delicata. Accettare un accordo percepito come insufficiente sulla sicurezza potrebbe provocare una nuova frattura all’interno del governo israeliano e pesare sulle prossime elezioni.
Una forza internazionale per la sicurezza
Il piano prevede il dispiegamento di una International Stabilization Force, incaricata di collaborare con una nuova polizia palestinese.
La forza internazionale dovrebbe addestrare e sostenere agenti palestinesi selezionati, lavorando con Egitto, Giordania e Israele per la sicurezza interna e il controllo dei confini.
Non è ancora chiaro quali Paesi fornirebbero effettivamente uomini e mezzi, quale mandato riceverebbero le truppe e chi avrebbe il comando operativo.
Il Marocco avrebbe già firmato un accordo per partecipare, ma restano sconosciuti dimensioni, regole d’ingaggio e durata della missione.
Senza questi dettagli, la forza internazionale rimane uno degli elementi più importanti ma anche più incerti dell’intero progetto.
Il ruolo del Board of Peace
L’intesa è stata negoziata nell’ambito del piano per Gaza promosso da Trump e coordinato dal cosiddetto Board of Peace.
L’organismo dovrebbe gestire la transizione politica, la sicurezza, gli aiuti e il finanziamento della ricostruzione.
Vi partecipano Stati Uniti, Israele e numerosi Paesi del Medio Oriente, dell’Asia, dell’Europa orientale e dell’America Latina. Non è però presente alcun rappresentante palestinese.
Australia, Regno Unito, Francia, Germania e Canada non hanno aderito, così come importanti potenze quali Cina, India, Brasile e Sudafrica.
L’assenza di una rappresentanza palestinese diretta solleva interrogativi sulla legittimità del processo e sulla capacità del Board di amministrare la futura ricostruzione senza apparire come una struttura imposta dall’esterno.
Ricostruzione da decine di miliardi
Il Board ha annunciato la raccolta di circa 7 miliardi di dollari statunitensi per la ricostruzione di Gaza, fondi che sarebbero però subordinati al disarmo di Hamas.
Le stime complessive per ricostruire la Striscia arrivano fino a 70 miliardi di dollari.
Interi quartieri sono stati ridotti in macerie, mentre quasi tutta la popolazione vive in tende, rifugi improvvisati o edifici gravemente danneggiati.
Il piano prevede un aumento degli aiuti umanitari, la creazione di un’amministrazione civile palestinese e progetti per ripristinare infrastrutture, abitazioni, ospedali e servizi essenziali.
Ma la ricostruzione non potrà cominciare realmente senza sicurezza, libertà di movimento per gli operatori e accesso regolare ai materiali.
Il cessate il fuoco non ha fermato le vittime
Un cessate il fuoco è tecnicamente in vigore dall’ottobre scorso, ma non ha posto fine agli attacchi.
Secondo le autorità sanitarie di Gaza, più di 1.190 palestinesi sarebbero stati uccisi dalle forze israeliane dall’entrata in vigore della tregua. La maggior parte delle vittime sarebbe composta da civili.
Il dato proviene dalle autorità locali e deve essere letto nel contesto delle forti difficoltà di verifica indipendente.
Israele continua infatti a non permettere ai giornalisti stranieri di entrare liberamente nella Striscia. L’accesso è generalmente possibile soltanto insieme alle forze armate israeliane e con significative limitazioni alle attività di informazione.
Le testimonianze delle organizzazioni umanitarie descrivono comunque una popolazione priva di cure sufficienti, medicinali, acqua pulita e abitazioni sicure.
Penny Wong: «Attendiamo maggiori dettagli»
La ministra degli Esteri australiana Penny Wong ha accolto positivamente l’annuncio, pur invitando ad attendere informazioni più complete.
L’Australia, ha ribadito, sostiene che Hamas debba disarmarsi e non debba avere alcun ruolo nel futuro Stato palestinese.
Wong ha ricordato che la strada verso la ripresa sarà lunga e che occorrerà garantire il libero flusso degli aiuti umanitari.
Canberra continuerà inoltre a sostenere una soluzione negoziata basata sulla coesistenza di due Stati, ringraziando Stati Uniti, Egitto, Qatar e Turchia per il lavoro di mediazione.
L’Australia non fa parte del Board of Peace, nonostante l’invito ricevuto dall’amministrazione Trump.
Gli esperti invitano alla prudenza
Gli analisti australiani considerano l’annuncio potenzialmente molto importante, ma mettono in guardia da un eccessivo ottimismo.
Ian Parmeter, esperto di Medio Oriente dell’Australian National University, ha sottolineato che servono dettagli concreti sulle garanzie di sicurezza e sull’applicazione dell’accordo.
Martin Kear, dell’Università di Sydney, ha espresso dubbi sulla possibilità che Hamas abbia realmente accettato un disarmo completo, ricordando che in passato il movimento lo aveva sempre collegato alla fine dell’occupazione israeliana dei territori palestinesi.
Entrambi ritengono determinante la posizione di Israele.
Tra le due parti non esiste fiducia e qualsiasi ambiguità sulla consegna delle armi, sul ritiro militare o sul controllo della Striscia potrebbe far crollare rapidamente l’intero processo.
Un annuncio storico soltanto sulla carta
Il possibile disarmo di Hamas rappresenterebbe una svolta enorme nella storia palestinese e nella sicurezza israeliana.
Ma perché l’annuncio possa diventare un vero accordo servono documenti firmati, un calendario, osservatori indipendenti, garanzie internazionali e l’adesione formale di Israele.
Occorrerà chiarire chi raccoglierà le armi, come verranno distrutte o custodite, quali territori saranno evacuati dalle forze israeliane e chi governerà Gaza durante la transizione.
Servirà anche una rappresentanza palestinese credibile, senza la quale ogni struttura amministrativa rischierebbe di essere percepita come estranea dalla popolazione.
Per il momento esiste una dichiarazione di Trump, una conferma di Hamas e un silenzio israeliano.
È un’apertura che può diventare storica, ma anche l’ennesimo annuncio destinato a infrangersi contro la sfiducia, le condizioni contrapposte e la realtà di una Gaza ancora devastata.
