Teheran presenta il Qassem Basir come simbolo di una nuova dottrina militare: colpire una minaccia anche prima che venga concretizzata. La televisione di Stato iraniana sostiene che nuove capacità missilistiche siano già state “testate” contro una nave da guerra americana, mentre Washington afferma di aver intercettato o evitato gli attacchi e mantiene il controllo operativo dello Stretto di Hormuz. La tensione cresce in un’area decisiva per petrolio, gas e commercio mondiale.
L’Iran irrigidisce la propria postura militare e accompagna la nuova escalation nel Golfo con un messaggio politico molto chiaro: Teheran è pronta ad agire preventivamente contro ciò che considera una minaccia.
Secondo i media di Stato iraniani, il missile balistico a combustibile solido Qassem Basir, già presentato lo scorso anno, rappresenterebbe una svolta nella strategia difensiva della Repubblica islamica.
Il capo del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, Mohsen Rezaei, ha sostenuto che le nuove capacità missilistiche iraniane sarebbero state “testate” contro una nave da guerra statunitense.
Non è però chiaro se il riferimento riguardi precisamente il Qassem Basir o un altro sistema.
Un missile con maggiore gittata e precisione
Secondo la ricostruzione diffusa dai media iraniani, il Qassem Basir avrebbe una maggiore precisione e capacità operativa rispetto ai sistemi precedenti e trasporterebbe una testata di circa mezza tonnellata.
Quando fu presentato nel 2025, Teheran indicò per il missile una gittata di almeno 1.200 chilometri.
La propaganda ufficiale lo descrive ora come uno degli strumenti attraverso cui l’Iran intende modificare la propria dottrina: non più soltanto risposta a un attacco già avvenuto, ma possibilità di intervenire contro una minaccia ritenuta imminente.
È un passaggio importante sul piano politico, perché amplia il margine con cui Teheran potrebbe giustificare future operazioni militari.
Missili iraniani contro navi da guerra Usa
La nuova retorica arriva dopo gli eventi del fine settimana.
Gli Stati Uniti hanno dichiarato che missili balistici iraniani sono stati lanciati contro unità della Marina americana e che le navi sono riuscite a evitare gli attacchi.
Washington ha quindi risposto colpendo tre petroliere iraniane.
Gli esperti citati dalla stampa internazionale considerano il lancio contro unità militari statunitensi un livello di escalation superiore rispetto agli attacchi che, nei sei mesi precedenti, avevano interessato soprattutto il traffico commerciale.
La guerra era iniziata il 28 febbraio, dopo gli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran.
Tra le motivazioni dichiarate da Washington e Tel Aviv figurava anche la preoccupazione per il programma missilistico balistico iraniano.
Hormuz, scontro anche sul controllo dello Stretto
Alla dimensione militare si aggiunge quella marittima.
Rezaei ha annunciato l’intenzione iraniana di creare una nuova “exclusion zone” vicino allo Stretto di Hormuz e di imporre alle navi una rotta stabilita da Teheran.
La Casa Bianca ha respinto immediatamente questa impostazione.
Washington sostiene che lo Stretto rimanga aperto e che le forze americane ne mantengano il controllo operativo.
Gli Stati Uniti affermano inoltre di aver rimosso le mine presenti nell’area e prevedono un aumento del traffico di petroliere dirette verso porti non iraniani.
Il blocco americano contro i porti iraniani, invece, prosegue con l’obiettivo di ridurre ulteriormente le esportazioni petrolifere di Teheran.
Secondo le autorità militari statunitensi, fino a lunedì 94 navi commerciali sarebbero state dirottate e tre disabilitate.
L’Iran vuole imporre una propria rotta
Teheran sostiene che le navi dovrebbero utilizzare un percorso stabilito dalle autorità iraniane per attraversare lo Stretto.
Rezaei ha riconosciuto che gli Stati Uniti stanno aiutando un numero limitato di imbarcazioni a transitare lungo una rotta vicino all’Oman.
Secondo il responsabile iraniano, Teheran avrebbe finora evitato di affondare alcune di queste unità perché trasportano petrolio, citando anche il rischio ambientale.
Il controllo della navigazione resta quindi uno dei nodi più pericolosi della crisi.
Lo Stretto di Hormuz è una delle principali arterie energetiche mondiali e qualsiasi limitazione significativa del traffico può avere effetti immediati sui prezzi del petrolio, del gas e sui costi di trasporto.
I Paesi del Golfo mostrano crescente irritazione
La tensione non riguarda più soltanto Iran e Stati Uniti.
Negli Emirati Arabi Uniti cresce la frustrazione per l’instabilità dello Stretto e per le conseguenze sul commercio regionale.
Anwar Gargash, consigliere diplomatico del presidente degli Emirati, ha dichiarato che nessun singolo Stato dovrebbe controllare il passaggio marittimo.
Il messaggio di Abu Dhabi è diretto: esportazioni energetiche, commercio e attività economiche non possono essere tenuti in ostaggio dalla crisi.
Gli Emirati, stretti alleati degli Stati Uniti, sono stati a loro volta colpiti da missili e droni iraniani durante il conflitto.
Il mese scorso Abu Dhabi ha sospeso tutti gli scambi commerciali con l’Iran dopo aver denunciato nuovi attacchi.
Gargash ha avvertito che per ricostruire un rapporto di fiducia tra Teheran e i Paesi del Golfo potrebbero servire decenni.
La guerra si sposta sempre più sul mare
Un’altra indicazione preoccupante arriva dal traffico commerciale.
La società di analisi Kpler ha segnalato una forte riduzione dei transiti attraverso Hormuz nell’ultima settimana.
Una settimana fa, inoltre, un attacco contro una petroliera di proprietà saudita ha causato la morte di due membri dell’equipaggio e lasciato sette dispersi.
Se anche questi ultimi venissero dichiarati morti, si tratterebbe dell’attacco più grave contro una nave commerciale dall’inizio della guerra.
È un segnale di quanto il conflitto stia progressivamente trasformando il Golfo in un fronte autonomo, dove la distinzione tra operazioni militari, pressione economica e minaccia al traffico commerciale diventa sempre più sottile.
Una nuova dottrina, ma anche un rischio di errore di calcolo
La dichiarazione iraniana sulla possibilità di colpire “prima” che una minaccia venga realizzata è forse il passaggio politicamente più rilevante.
Una dottrina preventiva aumenta infatti il rischio che un movimento navale, un dispiegamento militare o un’operazione considerata difensiva da una parte venga interpretata come preparazione di un attacco dall’altra.
In un’area dove operano contemporaneamente forze iraniane, americane e di diversi Paesi del Golfo, il margine per un errore di valutazione si riduce.
Il Qassem Basir, quindi, non rappresenta soltanto un nuovo missile. Nella narrativa iraniana diventa il simbolo di una strategia più aggressiva, mentre sullo Stretto di Hormuz Washington e Teheran continuano a rivendicare capacità di controllo incompatibili tra loro.
Il rischio è che la battaglia per la libertà di navigazione e per le esportazioni energetiche diventi il punto in cui la guerra supera definitivamente la dimensione bilaterale e coinvolge direttamente l’intera economia del Golfo.
