Legge elettorale, Carè attacca la riforma del voto estero: «Un esproprio democratico»

Il deputato del Partito democratico contesta la riduzione delle ripartizioni per la Camera e il collegio unico mondiale previsto per il Senato: «La destra vuole cancellare la rappresentanza territoriale degli italiani nel mondo»

La riforma della legge elettorale apre un nuovo fronte politico sulla rappresentanza degli italiani all’estero. Nicola Carè, deputato del Partito democratico eletto nella Circoscrizione Estero, ha duramente contestato l’emendamento presentato dalla maggioranza per ridisegnare le ripartizioni nelle quali votano i cittadini residenti fuori dall’Italia.

La proposta del centrodestra prevede la riduzione delle attuali quattro ripartizioni della Camera a due grandi aree geografiche. Per il Senato, invece, l’intera Circoscrizione Estero diventerebbe un unico collegio mondiale.

Secondo Carè, non si tratterebbe di una semplice modifica tecnica, ma di un intervento destinato a indebolire il rapporto tra gli eletti, i territori e le comunità italiane presenti nei diversi continenti.

Due sole ripartizioni per la Camera

L’emendamento della maggioranza divide il voto estero per la Camera in due grandi ripartizioni.

La prima comprenderebbe l’Europa, inclusi i territori asiatici della Federazione Russa e della Turchia. La seconda riunirebbe invece tutte le Americhe, l’Africa, l’Asia, l’Oceania e l’Antartide.

Il numero complessivo dei parlamentari eletti all’estero non verrebbe modificato, ma cambierebbe profondamente la loro distribuzione territoriale.

Ogni ripartizione avrebbe diritto ad almeno un deputato, mentre i seggi restanti sarebbero assegnati in proporzione al numero dei cittadini italiani residenti nelle due aree.

Un collegio mondiale per il Senato

La trasformazione sarebbe ancora più radicale per Palazzo Madama.

Le attuali divisioni territoriali verrebbero eliminate e tutti i candidati al Senato concorrerebbero all’interno di un’unica Circoscrizione Estero.

Un aspirante senatore dovrebbe quindi rivolgersi contemporaneamente agli italiani residenti in Europa, nelle Americhe, in Africa, in Asia e in Oceania.

Per Carè, una circoscrizione di queste dimensioni renderebbe quasi impossibile mantenere un rapporto diretto con gli elettori e conoscere le esigenze delle singole comunità.

Carè: «Non è una riforma»

Il parlamentare del Pd definisce la proposta «un atto deliberato di ostilità verso gli italiani all’estero».

A suo giudizio, ridurre le ripartizioni della Camera e creare un collegio unico per il Senato significherebbe cancellare la reale rappresentanza territoriale e trasformare il voto di milioni di cittadini in una «finzione democratica».

La rappresentanza degli italiani nel mondo, sostiene Carè, può avere senso soltanto quando conserva un legame concreto con i territori, le associazioni, le imprese e le comunità presenti nei diversi Paesi.

Accorpare realtà profondamente differenti rischierebbe invece di spezzare definitivamente questo rapporto.

L’Australia insieme alle Americhe

Uno degli aspetti più controversi riguarda la nuova ripartizione che comprenderebbe contemporaneamente tutte le Americhe, l’Africa, l’Asia, l’Oceania e l’Antartide.

Australia, Nuova Zelanda e comunità italiane del continente asiatico verrebbero quindi inserite nello stesso collegio di Stati Uniti, Canada, Argentina, Brasile e degli altri Paesi dell’America Latina.

Si tratta di territori separati da enormi distanze, con fusi orari differenti e problemi consolari, economici e sociali spesso non comparabili.

Secondo Carè, nessun parlamentare potrebbe rappresentare efficacemente un’area tanto estesa e mantenere un confronto costante con tutte le comunità coinvolte.

Il rischio di territori senza rappresentanza

La riduzione delle ripartizioni potrebbe produrre una competizione fortemente condizionata dal numero degli elettori presenti nelle diverse aree.

Le comunità più numerose avrebbero inevitabilmente un peso maggiore, mentre quelle situate nei territori con una presenza italiana più ridotta rischierebbero di non riuscire a eleggere un proprio rappresentante.

Per l’Oceania, il pericolo sarebbe quello di entrare in competizione con le grandi comunità italiane delle Americhe all’interno di un’unica, vastissima ripartizione.

Il voto continuerebbe formalmente a essere esercitato, ma alcune regioni del mondo potrebbero perdere qualsiasi possibilità concreta di portare in Parlamento un candidato legato al proprio territorio.

Una campagna elettorale quasi impossibile

Le dimensioni dei nuovi collegi avrebbero conseguenze anche sulle campagne elettorali.

Un candidato dovrebbe raggiungere elettori distribuiti su interi continenti, affrontando costi elevatissimi e difficoltà logistiche difficilmente sostenibili senza il pieno appoggio economico e organizzativo di un partito nazionale.

La possibilità di organizzare incontri pubblici, visitare le comunità e confrontarsi direttamente con associazioni e organismi rappresentativi verrebbe fortemente ridotta.

La campagna elettorale rischierebbe così di spostarsi quasi interamente sulle piattaforme digitali e sui mezzi di comunicazione, favorendo i candidati dotati di maggiore visibilità e risorse.

La scelta degli eletti potrebbe tornare ai partiti

Carè sostiene che la creazione di collegi sterminati finirebbe per svuotare anche il valore del voto di preferenza.

In teoria, gli elettori continuerebbero a scegliere direttamente i candidati. Nella pratica, però, la vastità delle circoscrizioni renderebbe molto difficile per una persona costruire una presenza autonoma in tutti i territori.

I partiti avrebbero quindi un ruolo ancora più decisivo nella selezione dei candidati, nella loro promozione e nel finanziamento delle campagne.

Secondo il deputato del Pd, il rischio è che la scelta degli eletti venga di fatto riconsegnata alle segreterie politiche, indebolendo proprio quel legame diretto che la Circoscrizione Estero avrebbe dovuto garantire.

Comunità diverse, esigenze differenti

Le necessità degli italiani residenti in Australia non coincidono necessariamente con quelle delle comunità presenti in Argentina, Sudafrica, Giappone o Canada.

Cambiano i sistemi previdenziali, le convenzioni sanitarie, i servizi consolari, le regole sulla cittadinanza, le opportunità commerciali e le condizioni nelle quali operano scuole, associazioni e mezzi di informazione italiani.

Anche le distanze dalle sedi diplomatiche e consolari variano profondamente.

Per Carè, riunire queste realtà in un’unica area elettorale significherebbe ignorare le specificità territoriali e trasformare gli eletti all’estero in parlamentari privi di una comunità chiaramente identificabile.

L’accusa politica al centrodestra

Il deputato collega l’emendamento ad altre decisioni assunte dal governo nei confronti delle comunità italiane all’estero.

Carè accusa la maggioranza di aver colpito il diritto alla cittadinanza, indebolito i servizi consolari e trascurato le richieste provenienti dai connazionali residenti fuori dai confini nazionali.

La modifica della rappresentanza parlamentare costituirebbe, secondo il parlamentare, un ulteriore passaggio di una politica sistematicamente ostile agli italiani nel mondo.

Il centrodestra, afferma Carè, considererebbe le comunità all’estero importanti quando promuovono il Made in Italy e l’immagine del Paese, ma sacrificabili quando chiedono diritti, servizi e una rappresentanza politica effettiva.

La maggioranza punta a modificare il sistema

La proposta del centrodestra nasce dalla volontà di intervenire su un sistema diventato più complesso dopo la riduzione del numero dei parlamentari.

Con il taglio degli eletti, la Circoscrizione Estero dispone oggi di otto deputati e quattro senatori, distribuiti tra quattro ripartizioni geografiche.

La maggioranza ritiene che l’attuale struttura produca squilibri nella distribuzione dei seggi e vuole concentrare la competizione in aree più ampie.

La soluzione proposta, tuttavia, apre interrogativi sulla possibilità di mantenere una rappresentanza realmente territoriale con un numero così limitato di parlamentari.

Il nodo della rappresentanza dopo il taglio dei seggi

La questione centrale non riguarda soltanto il numero delle ripartizioni, ma gli effetti della riduzione costituzionale degli eletti.

Quando la Circoscrizione Estero venne introdotta, i parlamentari erano diciotto: dodici deputati e sei senatori. Oggi sono complessivamente dodici.

Con pochi seggi da distribuire tra milioni di cittadini residenti in decine di Paesi, diventa difficile trovare un equilibrio tra proporzionalità numerica e rappresentanza geografica.

Ridurre le ripartizioni potrebbe facilitare la distribuzione proporzionale, ma rischia di cancellare la presenza parlamentare di intere aree del mondo.

Il Pd annuncia battaglia

Carè ha annunciato che il Partito democratico si opporrà all’emendamento in ogni sede e utilizzando tutti gli strumenti parlamentari disponibili.

«Gli italiani nel mondo non sono cittadini di serie B», ha dichiarato, accusando la maggioranza di voler cancellare la loro rappresentanza territoriale con un colpo di penna.

Secondo il deputato, qualora l’emendamento venisse approvato, il centrodestra si assumerebbe la responsabilità politica e storica di aver demolito il diritto degli italiani all’estero a essere rappresentati.

Una riforma destinata a dividere

Il confronto parlamentare si annuncia particolarmente acceso.

Da una parte, la maggioranza presenta la riduzione delle ripartizioni come un intervento necessario per adattare il voto estero al minor numero di deputati e senatori. Dall’altra, le opposizioni denunciano il rischio di allontanare ulteriormente gli eletti dalle comunità.

La riforma dovrà quindi rispondere a una domanda fondamentale: è possibile semplificare la Circoscrizione Estero senza cancellare il legame territoriale sul quale è stata costruita?

Per gli italiani residenti in Australia e negli altri Paesi dell’Oceania, la risposta non sarà soltanto tecnica. Dalla nuova legge dipenderà la possibilità di continuare ad avere in Parlamento una voce capace di conoscere e rappresentare direttamente le esigenze della propria comunità.