di Franco Papandrea, PhD
L’approvazione alla Camera di emendamenti alla legge elettorale e alla Circoscrizione Estero ha riacceso un dibattito intenso tra le comunità italiane nel mondo.
Pur trattandosi di temi meritevoli di approfondite riflessioni, la discussione si è concentrata sulle conseguenze per gli interessi dei vari schieramenti politici.
Con un dibattito così focalizzato sulla contrapposizione tra favorevoli e contrari alla riforma, si rischia che questioni di particolare importanza non vengano affrontate adeguatamente.
La vera questione potrebbe essere un’altra: quale sistema sarebbe più efficace nella rappresentanza degli italiani all’estero?
Un sistema costruito nel tempo
L’attuale sistema di rappresentanza degli italiani all’estero non nasce con la Circoscrizione Estero. Prima vennero istituiti i Comites, come organi di rappresentanza delle comunità nei Paesi di residenza. Successivamente nacque il CGIE, quale organismo di raccordo con il Governo e il Parlamento.
L’elezione diretta dei parlamentari all’estero rappresentò un ulteriore passo in avanti e, almeno nella visione originaria, completava un sistema già esistente piuttosto che sostituirlo.
In questo quadro va ricordato il contributo di Mirko Tremaglia. Al di là delle diverse sensibilità politiche, il suo ruolo nel promuovere la partecipazione democratica degli italiani all’estero resta difficilmente contestabile. Nella sua visione, la rappresentanza parlamentare completava il ruolo di Comites e CGIE, senza sostituirlo.
Una rappresentanza speciale
Un aspetto spesso dimenticato è che la rappresentanza parlamentare degli italiani all’estero non è mai stata concepita come una rappresentanza proporzionata alla consistenza numerica degli iscritti all’AIRE.
A prescindere dalle ragioni che motivarono l’adozione, si trattò fin dall’inizio di una rappresentanza pensata per garantire una presenza e una voce nei due rami del Parlamento, piuttosto che una rappresentanza numericamente paritaria a quella del territorio nazionale.
La distinzione è importante perché molte delle tensioni emerse oggi derivano proprio da questa impostazione originaria.
Questa scelta ha accompagnato tutto lo sviluppo della Circoscrizione Estero e continua tuttora a influenzarne il funzionamento.
Nonostante la sua natura di rappresentanza limitata, la consistenza degli eletti è stata ulteriormente compressa dalla riduzione del numero dei parlamentari approvata nel 2020.
Vent’anni dopo: una domanda legittima
A quasi vent’anni dalle prime elezioni della Circoscrizione Estero è legittimo porsi una domanda: la rappresentanza parlamentare degli italiani all’estero ha prodotto i risultati che ci si attendeva?
La questione non riguarda l’impegno o la buona volontà dei singoli eletti. Una volta entrati in Parlamento, deputati e senatori della Circoscrizione Estero operano inevitabilmente all’interno dei partiti e degli schieramenti politici nazionali.
Le loro possibilità di incidere dipendono dalle maggioranze parlamentari, dalle dinamiche politiche nazionali e dai ruoli che ricoprono nelle istituzioni.
Ne deriva una tensione strutturale: come conciliare l’appartenenza a uno schieramento politico nazionale con la rappresentanza di esigenze specifiche delle comunità italiane nel mondo?
È proprio questa tensione che aiuta a comprendere il dibattito odierno sulla riforma.
Territorialità o pluralismo politico?
La discussione attuale mette di fronte due concezioni differenti della rappresentanza.
Il modello tradizionale privilegia la territorialità. Il suo vantaggio principale consiste nell’offrire alle comunità un interlocutore identificabile e maggiormente legato alle realtà locali.
Per comunità lontane dai grandi centri dell’emigrazione italiana, come quelle dell’Australia e dell’Oceania, questo aspetto ha sempre avuto particolare importanza.
Il limite consiste nel fatto che, con un numero ridotto di seggi, la rappresentanza territoriale tende a comprimere il pluralismo politico. Intere aree geografiche possono ritrovarsi rappresentate prevalentemente da una sola sensibilità politica.
Con una logica diversa, la riforma approvata dalla Camera sembra privilegiare il pluralismo politico. L’idea è che una presenza più distribuita tra diversi schieramenti possa rafforzare la capacità degli italiani all’estero di incidere nel sistema politico nazionale.
Il potenziale costo di questa scelta consiste nell’eventuale indebolimento del legame territoriale e in una minore identificazione tra le comunità locali e i propri rappresentanti.
Entrambe le posizioni presentano argomenti validi.
Il vero problema
Forse, però, il dibattito rischia di concentrarsi sulla questione sbagliata.
Il vero problema potrebbe non essere la scelta tra quattro ripartizioni, due ripartizioni o un collegio unico. Potrebbe essere la limitata consistenza numerica della rappresentanza parlamentare degli italiani all’estero.
Con un numero maggiore di eletti sarebbe probabilmente più facile conciliare territorialità e pluralismo politico.
Con il numero attuale di seggi, chiediamo agli stessi pochi parlamentari di essere contemporaneamente rappresentanti territoriali, esponenti politici, interlocutori delle istituzioni e punti di riferimento delle comunità.
È legittimo domandarsi se qualsiasi sistema possa svolgere efficacemente tutte queste funzioni.
Il ruolo di Comites e CGIE
Forse una delle lezioni più importanti maturate in questi anni riguarda proprio il ruolo degli organismi di rappresentanza delle comunità.
La rappresentanza parlamentare è, per sua natura, una rappresentanza politica. Comites e CGIE rappresentano invece il livello territoriale e comunitario della partecipazione democratica.
Considerarli strumenti alternativi anziché complementari potrebbe essere stato uno dei principali equivoci emersi nell’evoluzione del sistema.
La rappresentanza parlamentare, da sola, non basta a garantire un rapporto permanente con le diverse comunità italiane disperse in territori vasti quanto interi continenti.
Una riflessione per il futuro
La discussione aperta dalla riforma offre un’opportunità che va oltre la geografia delle circoscrizioni.
Con pochi seggi disponibili, nessun sistema sembra in grado di garantire contemporaneamente una forte rappresentanza territoriale, un adeguato pluralismo politico e una presenza capillare sul territorio. Il compromesso appare inevitabile.
Per questo motivo, la vera domanda non è se debbano esistere quattro ripartizioni, due ripartizioni o un collegio unico.
La domanda è un’altra: come organizzare, nel XXI secolo, un sistema di rappresentanza che permetta agli italiani all’estero di partecipare più efficacemente alla vita democratica della Repubblica e di incidere maggiormente sulle decisioni che li riguardano?
Prof. Franco Papandrea
Consigliere CGIE per l’Australia
