Roberto Vannacci, Pauline Hanson e la rivolta degli invisibilidi

Pauline Hanson
Pauline Hanson

C’è un filo rosso che unisce l’Italia all’Australia. Un filo che passa per le periferie, per le piccole imprese schiacciate dai costi, per le famiglie che faticano ad arrivare alla fine del mese e per quei cittadini che da anni hanno la sensazione di non essere più ascoltati.

Da una parte Roberto Vannacci. Dall’altra Pauline Hanson e il suo One Nation.

Storie diverse, continenti differenti, ma un fenomeno sorprendentemente simile.

La domanda che molti osservatori continuano a porsi è perché sempre più persone si avvicinino a questi movimenti. La risposta, forse, dovrebbe essere un’altra: perché così tante persone si stanno allontanando dai partiti tradizionali?

Per troppo tempo il dibattito politico si è concentrato sulle élite, sui grandi temi globali, sulle strategie internazionali e sulle statistiche economiche. Nel frattempo, però, una parte consistente della popolazione ha iniziato a sentirsi esclusa da quel racconto.

Quando un lavoratore vede aumentare il costo della vita, quando una famiglia non riesce più ad acquistare una casa, quando un piccolo imprenditore è soffocato dalla burocrazia, poco importa se il PIL cresce dello 0,5 o dell’1 per cento. La percezione è quella di essere stati lasciati indietro.

Ed è proprio in questo spazio che si inseriscono figure come Vannacci e Hanson.

Non perché offrano necessariamente tutte le soluzioni, ma perché intercettano un disagio reale.

Molti analisti liquidano questi fenomeni come populismo. Un’etichetta comoda che spesso evita di affrontare il problema di fondo. Perché dietro il voto di protesta esiste quasi sempre una protesta autentica.

In Australia, One Nation continua a raccogliere consensi nelle aree regionali e tra chi ritiene che Canberra sia diventata distante dai problemi quotidiani dei cittadini. In Italia, il successo mediatico e politico di Vannacci racconta il desiderio di una parte dell’elettorato di sentirsi parlare senza filtri di sicurezza, immigrazione, identità nazionale e merito.

Il punto centrale non è condividere o meno le loro posizioni.

Il punto è comprendere perché quelle posizioni trovino ascolto. I partiti tradizionali hanno commesso un errore che oggi stanno pagando a caro prezzo: hanno spesso risposto alle paure delle persone spiegando perché fossero sbagliate invece di cercare di comprenderle.

Hanno preferito insegnare anziché ascoltare. Hanno parlato di cittadini, ma troppo raramente con i cittadini.

La storia politica insegna che quando una parte della popolazione si sente ignorata, prima o poi trova qualcuno disposto a darle voce. Che piaccia o meno, Vannacci e Hanson stanno beneficiando proprio di questo vuoto.

La vera sfida per il futuro non sarà fermare l’ascesa dei movimenti anti-establishment. Sarà capire perché continuano a crescere. Perché la risposta non si trova nei loro slogan. Si trova negli errori di chi, per troppo tempo, ha creduto che il consenso fosse un diritto acquisito e non una fiducia da conquistare ogni giorno.

E quando la politica smette di ascoltare, gli elettori cercano inevitabilmente qualcuno disposto a farlo. Questo cambiamento segna una trasformazione profonda del rapporto tra rappresentanza politica, società civile e fiducia democratica contemporanea a livello globale.

Serve quindi una nuova capacità di ascolto istituzionale capace di ricostruire ponti concreti tra cittadini e decisioni politiche quotidiane.