21 mesi attraverso l’Africa: l’incredibile viaggio di Salvatore Borsei

di Generoso D’Agnese

Non ci sono foto o stampe per immortalare il suo viso. La sua storia, però, merita sicuramente di essere fissata nella memoria di un popolo, quello italiano, capace di sfidare tutte le avversità pur di riuscire nei propri propositi. Italiani testa dura, sarebbe il caso di dire, ma per Salvatore Borsei varrebbe anche la definizione di italiano dalle “gambe buone”. Perché ci vogliono decisamente gambe buone per intraprendere il viaggio che quest’italiano decise di compiere agli inizi degli anni Trenta del Ventesimo secolo.

Salvatore Borsei nacque a Rocca di Mezzo, piccolo paese abruzzese, nel 1885, figlio di Nicola Borsei e di Letizia Ciarrocchi. Rimase orfano in tenerissima età, perché il padre perse la vita durante la costruzione della ferrovia transiberiana nel 1888. Figlio di un lavoratore emigrante, Salvatore divenne a sua volta un emigrante.

Fu accolto in casa degli zii che vivevano a Parigi e si sposò nel 1922, per poi partire alla volta di Buenos Aires nel 1924, accettando di lavorare per una ditta inglese che aveva vinto il contratto per la costruzione di una delle ferrovie più pericolose del mondo, che serpeggiava da La Paz, in Bolivia, a Lima, in Perù, fino a Bogotà.

Operai ferroviari durante una pausa dal lavoro.

Dopo sei anni di lavoro caratterizzato da estremo pericolo e durissima fatica, Salvatore arrivò fino a Caracas e dal Venezuela tornò in Italia per conoscere il suo primo figlio, dopo ben sette anni dalla nascita.

Il ritorno, però, non fu caratterizzato dalla serenità. In un’epoca in cui l’Italia viveva all’ombra del fascismo, coloro che non avevano prestato servizio militare erano visti con sospetto. L’emigrante di Rocca di Mezzo dovette pertanto riprendere il suo personale vagabondaggio, lasciando nuovamente l’Italia per rifugiarsi a Marsiglia e poi, da lì, imbarcarsi alla volta di Tunisi.

Anche questa volta Salvatore lasciò dietro di sé la moglie, incinta del secondo figlio, Mario, che nacque nel 1931 e conobbe suo padre soltanto nel 1947.

Salvatore Borsei intendeva raggiungere il Sudafrica e, per farlo, scelse la strada più impervia: attraversare a piedi il continente africano. Ospitato dalla famiglia di un amico conosciuto sulla nave, Borsei si unì infine a una carovana per attraversare il deserto del Sahara.

Di oasi in oasi, la carovana arrivò a Bourem, il punto più settentrionale toccato dal fiume Niger nel Mali, sul 17° parallelo, e infine a Gao, dopo quattro mesi di cammino nel deserto.

Salvatore proseguì nel suo viaggio di avvicinamento al Sudafrica, spostandosi a piedi o in canoa fino a raggiungere Port Harcourt, nel delta del fiume Niger. Qui riposò in una stazione missionaria anglicana e offrì la propria sapienza di muratore ai missionari che lo ospitavano.

L’obiettivo, però, era raggiungere Douala, in Camerun, dove vivevano i cugini Quinto e Pio D’Amico, proprietari di una segheria nella giungla ed esportatori di legname in Francia.

Dopo averli raggiunti, rimase il tempo necessario per ritemprarsi dalle fatiche del viaggio, per poi ripartire in direzione sud. L’abruzzese attraversò il Gabon e il Congo, raggiunse il fiume Congo e si diresse verso Leopoldville, oggi conosciuta come Kinshasa, nell’allora Zaire.

Questa volta gli ostacoli non erano il deserto e il clima torrido, bensì il clima equatoriale e un terreno insidioso. Per raggiungere Kananga, a metà strada fra Leopoldville ed Elisabethville, l’attuale Lubumbashi, Salvatore utilizzò soprattutto le canoe.

La successiva traversata da Lubumbashi, nello Zaire, allo Zambia, allora Northern Rhodesia, fu accompagnata dall’ospitalità ricevuta in una missione anglicana a Mufulira, nella Copperbelt, la “cintura del rame”. Anche in questo caso l’abruzzese ripagò i missionari con la propria sapienza artigianale, ma il clima terribile alla fine ebbe la meglio.

Borsei si ammalò gravemente, tanto da far pensare che fosse ormai vicino alla morte. Fu scavata una fossa e la barella con il suo corpo venne adagiata nelle vicinanze, in attesa dell’ora finale. L’imprevista caduta del corpo dalla barella, durante il trasporto, fece però capire che c’era ancora vita in quello che tutti pensavano essere ormai un cadavere.

Dopo un periodo di convalescenza, Salvatore poté riprendere il viaggio verso sud, attraversando lo Zambia, allora Northern Rhodesia, e lo Zimbabwe, allora Southern Rhodesia. Questa volta il tragitto fu leggermente più comodo, potendo contare anche su alcuni passaggi motorizzati.

L’abruzzese attraversò infine l’ultimo confine che lo separava dalla meta finale. Entrò in Sudafrica e si diresse subito a Johannesburg. A sua insaputa, l’amico missionario che lo aveva salvato da un prematuro funerale aveva informato le autorità sudafricane delle straordinarie peripezie dell’italiano. La sua storia aveva colpito profondamente, al punto da consentirgli di ottenere subito la residenza permanente.

Salvatore Borsei salì quindi su un treno diretto a Durban, dove ricevette il benvenuto dai numerosi corregionali abruzzesi che in quel periodo costruivano ferrovie e ponti in tutto il Natal, oggi KwaZulu-Natal.

L’artigiano di Rocca di Mezzo fu ingaggiato come caposquadra. La sua vita professionale fu segnata dal lavoro nei cantieri all’aperto. Il suo viaggio, iniziato nel 1930, si concluse due anni più tardi, dopo una vera e propria Odissea durata 21 mesi.

Il viaggio terreno di questo tenacissimo abruzzese si concluse invece il 21 dicembre 1969, all’età di 84 anni.