La lettera di Elisabetta Ligabò, madre di Alberto Stasi, riporta il caso su un terreno spesso sacrificato dalla cronaca: quello delle conseguenze familiari di una vicenda giudiziaria durata quasi vent’anni. Da una parte la famiglia Poggi, che ha perso Chiara; dall’altra quella di Stasi, che continua a sostenere l’innocenza del figlio condannato in via definitiva. Due posizioni inconciliabili sul piano giudiziario, ma segnate entrambe da una vicenda che ha modificato radicalmente le loro vite.
di Emanuele Esposito
La lettera di Elisabetta Ligabò, madre di Alberto Stasi, trasmessa durante Verità Nascoste di Milo Infante, introduce nel caso Garlasco un elemento che nelle ultime settimane è rimasto ai margini del racconto pubblico.
Mentre si discute di Dna, impronte, consulenze, nuove indagini e Andrea Sempio, la madre di Stasi racconta cosa abbia significato vivere per quasi vent’anni dentro un processo che ha finito per occupare ogni spazio della vita familiare.
Ligabò continua a dichiararsi convinta dell’innocenza del figlio. È una posizione personale che non modifica il dato giudiziario: Alberto Stasi è stato condannato in via definitiva per l’omicidio di Chiara Poggi.
Ma proprio questa distinzione permette di affrontare il tema senza confondere i piani. Una cosa è la sentenza. Un’altra è ciò che una vicenda di questa portata produce nelle famiglie coinvolte.
La vita della madre di Stasi dopo Garlasco
Nella sua lettera Ligabò racconta gli anni trascorsi tra il giudizio degli altri, il silenzio, la perdita del marito e, poco dopo, l’ingresso del figlio in carcere.
Ricorda le telefonate di dieci minuti, i colloqui settimanali, i viaggi verso il penitenziario, il pacco con i vestiti e il tentativo di conservare un rapporto normale in una situazione che normale non poteva più essere.
Non è necessario condividere la convinzione della madre sull’innocenza del figlio per riconoscere il peso psicologico di quella esperienza.
Per un genitore, la condanna di un figlio per omicidio produce una frattura che non riguarda soltanto l’affetto. Intervengono il giudizio sociale, l’isolamento, la perdita delle relazioni, l’esposizione mediatica e la necessità di confrontarsi ogni giorno con una sentenza che attribuisce alla persona amata la responsabilità di un delitto.
Nel caso di Ligabò, tutto questo si è sommato alla morte del marito. La famiglia che aveva conosciuto prima del 2007 non esisteva più nella stessa forma.
Dall’altra parte c’è la famiglia Poggi
Qualsiasi riflessione su questa vicenda deve però partire da un dato che non può essere relativizzato: Chiara Poggi è stata uccisa.
Sua madre ha perso una figlia a 26 anni. Nessuna revisione processuale, nessuna nuova consulenza e nessun eventuale sviluppo investigativo potrà modificare quella perdita.
È questa la differenza fondamentale tra le due esperienze familiari.
La madre di Stasi può ancora parlare con il figlio, vederlo, immaginare per lui una vita dopo il carcere. La madre di Chiara non dispone di nessuna prospettiva analoga.
Per questo è comprensibile che la famiglia Poggi guardi con estrema cautela, e talvolta con evidente insofferenza, alla continua riapertura pubblica del caso.
Da anni possiede una verità giudiziaria definitiva. Chiedere oggi a quella famiglia di mettere nuovamente in discussione tutto significa sottoporla a un ulteriore passaggio traumatico.
Questo non rende illegittime le nuove indagini. Significa soltanto comprendere cosa possano rappresentare per chi ha già attraversato processi, assoluzioni, condanne, Cassazione e anni di esposizione mediatica.
Il punto delicato sulla ricerca della verità
È qui che occorre evitare una semplificazione.
Si può criticare la posizione assunta dalla famiglia Poggi davanti alle nuove ipotesi investigative. Si può osservare che, in alcuni momenti, sia apparsa molto legata alla difesa dell’impianto giudiziario esistente. Ma sarebbe eccessivo trasformare questo atteggiamento nella conclusione che la famiglia non voglia conoscere la verità.
Dal punto di vista psicologico può accadere qualcosa di diverso.
Dopo quasi vent’anni, una sentenza definitiva non è soltanto un atto giudiziario. Diventa anche il punto attorno al quale una famiglia ha costruito una spiegazione della tragedia subita.
Mettere nuovamente tutto in discussione significa riaprire non soltanto un fascicolo, ma anche il processo attraverso il quale quella famiglia ha cercato di dare un ordine a ciò che è accaduto.
Questo può produrre resistenza. Non necessariamente perché si abbia paura della verità, ma perché ogni nuova ipotesi rimette in movimento un dolore che non ha mai avuto una soluzione reale.
Due famiglie che prima del delitto si conoscevano
C’è un elemento della storia che oggi appare quasi rimosso.
Prima dell’omicidio, le due famiglie non erano schieramenti contrapposti. Alberto e Chiara erano fidanzati. Le rispettive vite si erano incontrate e anche i rapporti familiari appartenevano a quella normalità.
Dopo il 13 agosto 2007 tutto è cambiato.
Da una parte la famiglia della vittima. Dall’altra quella dell’uomo che sarebbe stato condannato per averla uccisa.
Il procedimento giudiziario ha inevitabilmente trasformato anche i rapporti personali. Le due madri, che un tempo si conoscevano in un contesto completamente diverso, oggi rappresentano due letture opposte della stessa vicenda.
Una ritiene che il responsabile sia stato individuato e condannato.
L’altra continua a sostenere che suo figlio sia innocente.
Non è possibile conciliare artificialmente queste posizioni. Ma entrambe hanno interesse, per ragioni completamente diverse, che ciò che accadde nella villetta di via Pascoli venga ricostruito senza ambiguità.
Le nuove indagini cambiano nuovamente il quadro emotivo
L’inchiesta su Andrea Sempio ha riaperto una vicenda che sul piano giudiziario sembrava conclusa.
Questo produce conseguenze anche al di fuori del fascicolo della Procura.
Per la famiglia Stasi, ogni nuovo accertamento può essere percepito come la possibilità che venga finalmente verificata una convinzione sostenuta per anni.
Per la famiglia Poggi, la stessa indagine può essere vissuta come il rischio di vedere nuovamente messa in discussione una verità raggiunta dopo un percorso processuale lunghissimo.
Sono reazioni psicologicamente comprensibili e giuridicamente irrilevanti. La Procura non deve decidere sulla base delle aspettative di una famiglia o dell’altra.
Deve seguire gli elementi che ritiene meritevoli di approfondimento.
La verità non può dipendere dal bisogno di una famiglia
La frase più forte della lettera di Ligabò è quella secondo cui «la verità trova sempre la sua strada».
È evidente che, per lei, quella frase contiene anche la convinzione che il figlio sia stato condannato ingiustamente.
Ma la verità giudiziaria non può essere costruita sul bisogno emotivo della madre di Stasi, così come non può essere congelata soltanto perché la famiglia Poggi ha bisogno di considerare definitivamente chiuso il caso.
Se esistono elementi nuovi, devono essere verificati.
Se non reggono, devono essere accantonati.
Se confermano la ricostruzione già giudicata, questo avrà un peso.
Se invece dovessero aprire una contraddizione reale con ciò che è stato stabilito, quella contraddizione dovrà essere affrontata nelle sedi previste.
È l’unico modo serio per rispettare entrambe le famiglie e, prima di tutto, Chiara Poggi.
Ciò che resta fuori dalle perizie
La cronaca giudiziaria tende inevitabilmente a ridurre tutto a elementi verificabili: un profilo genetico, un’impronta, una misura, un orario, una testimonianza.
Ma le conseguenze di un delitto non sono contenute integralmente nei fascicoli.
La madre di Chiara ha vissuto quasi vent’anni senza sua figlia.
La madre di Alberto ha vissuto quasi vent’anni con un figlio prima accusato, poi assolto, nuovamente processato e infine condannato, perdendo nel frattempo anche il marito.
Non sono sofferenze equivalenti e non devono essere utilizzate per modificare il giudizio sui fatti.
Sono però parte della stessa storia.
La lettera di Elisabetta Ligabò serve almeno a ricordarlo.
La giustizia deve continuare a occuparsi delle prove. Il giornalismo, oltre alle prove, ha il dovere di ricordare che ogni volta che il caso Garlasco torna in prima pagina ci sono persone per le quali quella vicenda non è mai uscita dalla vita quotidiana.

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