Riyadh accusa milizie filoiraniane di avere colpito obiettivi petroliferi nell’Est del Paese e nell’area di Riyadh. La tensione esplode alla vigilia della visita del premier iracheno Ali al-Zaidi
Cresce la tensione tra Arabia Saudita e Iraq dopo una nuova serie di attacchi con droni contro obiettivi strategici sauditi.
Il ministero della Difesa di Riyadh ha dichiarato di avere intercettato e distrutto diversi velivoli senza pilota diretti verso infrastrutture petrolifere nella Provincia Orientale e nella regione della capitale.
Secondo le autorità saudite, gli attacchi sarebbero partiti dal territorio iracheno e sarebbero stati condotti da «milizie terroristiche affiliate all’Iran».
Si tratta di accuse particolarmente gravi, formulate pochi giorni prima della visita ufficiale in Arabia Saudita del primo ministro iracheno Ali al-Zaidi, prevista per il 30 luglio.
Il ministero degli Esteri saudita ha condannato gli attacchi «nei termini più forti», mentre il portavoce della Difesa, generale Turki al-Maliki, ha avvertito che il Regno «si riserva il diritto di rispondere nel momento e nel luogo appropriati».
Droni contro gli impianti petroliferi
Le autorità saudite hanno definito gli attacchi dei veri e propri «tentativi terroristici».
Gli obiettivi avrebbero incluso strutture energetiche nella Provincia Orientale, cuore dell’industria petrolifera del Regno, e installazioni situate nella regione di Riyadh.
La distruzione dei droni avrebbe impedito conseguenze più gravi, ma l’episodio riaccende il timore che il territorio iracheno venga utilizzato da gruppi armati per colpire l’Arabia Saudita.
Per Riyadh il problema non è nuovo.
Il 17 maggio le autorità saudite avevano già annunciato l’intercettazione di tre droni provenienti dallo spazio aereo iracheno e diretti verso impianti petroliferi.
In quell’occasione Baghdad aveva negato di avere informazioni sull’attacco, sostenendo che i radar della difesa aerea irachena non avessero rilevato alcun lancio dal territorio nazionale.
Le prove mostrate alla delegazione irachena
Secondo fonti governative irachene citate da MBN, l’Arabia Saudita avrebbe già presentato a Baghdad elementi ritenuti sufficienti a dimostrare l’origine degli attacchi.
Durante una visita ufficiale a Riyadh del ministro degli Esteri iracheno Fuad Hussein, avvenuta il 12 luglio, i funzionari sauditi avrebbero contestato direttamente alla delegazione la partenza dei droni dall’Iraq.
La delegazione irachena avrebbe inizialmente negato ogni coinvolgimento, affermando di non disporre di informazioni su attacchi lanciati dal proprio territorio.
I sauditi avrebbero però mostrato tracciati di volo e altri dati tecnici, sostenendo che i droni fossero decollati da località relativamente vicine al confine tra i due Paesi.
Secondo questa ricostruzione, i velivoli non sarebbero quindi arrivati dall’Iran o da basi più lontane, ma direttamente da aree interne all’Iraq.
Non è stata resa nota la reazione della delegazione irachena dopo la presentazione del materiale.
Baghdad sotto pressione
L’Iraq si trova ora in una posizione estremamente delicata.
Da una parte, il governo cerca di rafforzare i rapporti economici e diplomatici con l’Arabia Saudita e con gli altri Paesi arabi del Golfo.
Dall’altra, deve fare i conti con la presenza sul proprio territorio di milizie armate vicine all’Iran, alcune delle quali fanno parte o ruotano intorno alle Forze di Mobilitazione Popolare.
Baghdad ha più volte sostenuto di non voler permettere che il territorio iracheno venga utilizzato per attaccare Paesi vicini.
Le nuove accuse saudite mettono però in dubbio la capacità del governo di controllare realmente tutte le formazioni armate presenti nel Paese.
Fino alla serata di lunedì, il governo iracheno non aveva diffuso una risposta ufficiale diretta alle dichiarazioni del ministero della Difesa saudita.
I timori lungo il confine
Una delle principali preoccupazioni di Riyadh riguarda le zone desertiche irachene vicine al confine saudita, soprattutto nelle province di Najaf e Muthanna.
Secondo fonti saudite, il Regno vorrebbe garanzie precise sul fatto che le Forze di Mobilitazione Popolare vengano tenute lontane da queste aree.
Particolare attenzione viene riservata alla presenza della società Al-Muhandis, intitolata ad Abu Mahdi al-Muhandis, ex vicecomandante delle milizie sciite irachene ucciso nel 2020 insieme al generale iraniano Qassem Soleimani.
La società controllerebbe ampie porzioni di terreno nel deserto di Muthanna, vicino al confine saudita, ufficialmente destinate a progetti agricoli e di investimento.
Per Riyadh, tuttavia, la presenza di strutture collegate all’universo delle milizie in un’area tanto sensibile rappresenta un rischio strategico.
Il rischio per il mercato energetico
Gli attacchi non riguardano soltanto i rapporti bilaterali tra Arabia Saudita e Iraq.
Colpire impianti petroliferi sauditi significa minacciare una parte centrale dell’approvvigionamento energetico mondiale.
L’Arabia Saudita è uno dei principali produttori ed esportatori di petrolio e qualsiasi interruzione significativa potrebbe avere effetti immediati sui prezzi internazionali.
Ihsan al-Shammari, professore di Scienze politiche all’Università di Baghdad, ha sostenuto che gli attacchi vadano oltre il tentativo di sabotare la visita del premier iracheno.
A suo giudizio, le operazioni potrebbero mirare a destabilizzare le forniture globali e a mantenere lo Stretto di Hormuz come strumento di pressione nei negoziati regionali.
L’ipotesi è che alcune milizie vogliano impedire un riavvicinamento stabile tra Baghdad e Riyadh e preservare il peso strategico dell’Iran sul vicino Iraq.
Il sostegno dei Paesi arabi
Kuwait, Giordania e Qatar hanno espresso solidarietà all’Arabia Saudita e ribadito il diritto del Regno a difendere il proprio territorio.
Il sostegno regionale aumenta la pressione su Baghdad affinché chiarisca l’origine dei droni e impedisca nuovi attacchi.
Per l’Iraq, la questione rischia di trasformarsi in una prova decisiva della propria sovranità.
Se le accuse saudite venissero confermate, il governo dovrebbe dimostrare di essere in grado di individuare i responsabili, controllare le aree di lancio e impedire che gruppi armati conducano una politica estera parallela.
La visita di al-Zaidi
Il primo ministro Ali al-Zaidi dovrebbe recarsi a Riyadh il 30 luglio per discutere una vasta agenda economica e politica.
Tra i temi previsti figurano la possibile riattivazione dell’oleodotto iracheno verso il porto saudita di Yanbu, l’aumento della quota di produzione dell’Iraq all’interno dell’OPEC e il rilancio del Consiglio di coordinamento saudita-iracheno.
La missione avrebbe dovuto rappresentare un passo importante nel rafforzamento delle relazioni bilaterali.
Ora sarà inevitabilmente dominata dalla questione della sicurezza.
Al-Zaidi dovrebbe assicurare al principe ereditario Mohammed bin Salman che l’Iraq non consentirà l’utilizzo del proprio territorio per colpire l’Arabia Saudita o altri Paesi arabi.
Resta da capire se queste rassicurazioni saranno considerate sufficienti.
Una crisi che può cambiare gli equilibri regionali
La nuova escalation arriva in un momento nel quale l’Iraq cerca di mantenere un difficile equilibrio tra Iran, Stati Uniti e monarchie del Golfo.
Baghdad dipende ancora politicamente e militarmente da diversi gruppi legati a Teheran, ma ha bisogno anche degli investimenti sauditi e di rapporti più forti con il mondo arabo.
Gli attacchi con droni rischiano di rendere questa posizione sempre meno sostenibile.
L’Arabia Saudita sembra aver perso la pazienza e ha scelto di rendere pubbliche accuse che per mesi erano rimaste oggetto di contatti riservati.
L’avvertimento di Riyadh è chiaro: se Baghdad non sarà in grado di fermare le milizie, il Regno potrebbe decidere di intervenire direttamente.
La visita di al-Zaidi non sarà quindi un normale vertice diplomatico. Sarà un test sulla capacità dell’Iraq di controllare il proprio territorio e sulla volontà saudita di evitare una nuova escalation con le forze legate all’Iran.
