di Emanuele Esposito
La vicenda delle parole di Stefano Bonaccini meriterebbe una riflessione molto più seria della solita rissa politica sui social. Perché qui non si tratta semplicemente dell’ennesimo botta e risposta tra maggioranza e opposizione. Si tratta del rapporto tra politica ed elettori. E, soprattutto, di una domanda: chi deve rispettare chi?
Bonaccini, presidente del Partito Democratico, ha sostenuto in un ragionamento sul voto occidentale che la destra raccoglie in maniera maggioritaria consenso tra chi ha meno titoli di studio, vive nelle aree interne o nelle periferie e si trova maggiormente in difficoltà economica. Successivamente ha spiegato che non intendeva insultare nessuno e che il suo era, anzi, un ammonimento alla sinistra affinché torni a rappresentare quei ceti sociali. Questa precisazione va riportata, perché un’opinione seria deve partire dai fatti e non dalle caricature.
Ma resta un problema enorme: come arrivano quelle parole a milioni di cittadini?
Perché puoi spiegare quanto vuoi che si tratta di un’analisi sociologica, puoi citare statistiche, flussi elettorali e livelli di istruzione. Ma quando metti nello stesso ragionamento il voto alla destra e il fatto di avere «studiato meno», non puoi sorprenderti se una parte di quegli elettori si sente giudicata.
Ed è esattamente ciò che emerge anche dalle reazioni che stanno invadendo i social: persone che chiedono come possa essere Meloni il problema quando la frase originaria arriva da Bonaccini; altri ricordano che prima ancora degli avversari politici andrebbero rispettati i cittadini; altri ancora pongono una questione molto semplice: se non voto per voi, questo mi rende meno degno politicamente?
Sono reazioni social, naturalmente, non un sondaggio scientifico. Ma raccontano un sentimento che la sinistra farebbe male a liquidare.
Quando gli operai votavano PCI andavano benissimo
Ed eccoci al punto che considero più importante.
Una volta la sinistra italiana era orgogliosa del voto degli operai.
Il metalmeccanico, il muratore, il contadino, il ferroviere, il minatore, l’operaio della catena di montaggio erano il cuore politico ed emotivo di quel mondo.
Molti non erano laureati.
Molti avevano lasciato la scuola giovanissimi per lavorare.
Qualcuno possedeva appena la licenza elementare.
Eppure nessuno si sognava di chiedere loro il titolo di studio quando votavano PCI.
Anzi, erano considerati la coscienza politica del Paese.
Allora la domanda viene spontanea: quando votavano per voi andavano bene?
Adesso che una parte di quel mondo vota Meloni, Salvini o altri partiti del centrodestra, improvvisamente scopriamo che ha studiato meno?
È cambiato l’operaio oppure è cambiata la sinistra?
Perché, se ieri un lavoratore senza laurea votava comunista, era espressione della coscienza di classe, mentre oggi, se vota conservatore, diventa il prodotto di una minore istruzione, abbiamo un problema.
E non dell’elettore.
Della politica.
Povero Berlinguer
Mi viene da pensare a Enrico Berlinguer.
Povero Berlinguer, verrebbe quasi da dire.
Una sinistra capace di riempire piazze e fabbriche oggi rischia di essere percepita come una sinistra che frequenta molto più volentieri i salotti delle grandi città che i luoghi nei quali la fatica quotidiana si misura ancora con turni, stipendi, bollette e mutui.
Berlinguer parlava agli operai.
Non spiegava agli operai perché non avevano capito.
Li ascoltava.
La differenza è gigantesca.
E guardando una certa sinistra contemporanea, dal Partito Democratico al duo Bonelli-Fratoianni, mi domando spesso quale rapporto sia rimasto con quel mondo popolare.
La sinistra dovrebbe tornare lì invece di impartire lezioni.
Poi arriva Fassino e chiede rispetto per Bonaccini
La parte che trovo politicamente più sorprendente arriva dopo.
Piero Fassino ha criticato duramente Giorgia Meloni per la risposta a Bonaccini, giudicando inaccettabili le parole della presidente del Consiglio e sostenendo che rispettare gli avversari sia una regola fondamentale della politica.
Benissimo.
Il rispetto è fondamentale.
Ma mi permetto di aggiungere qualcosa: prima degli avversari vengono i cittadini.
E allora non si può pretendere rispetto per Bonaccini senza almeno interrogarsi sul rispetto dovuto a quei milioni di italiani che hanno ascoltato quelle parole e si sono sentiti catalogati sulla base del titolo di studio.
Questo è il cortocircuito che molti hanno rilevato sui social.
Bonaccini parla di un elettorato che mediamente possiede meno titoli di studio; Meloni risponde politicamente; e una parte della sinistra concentra immediatamente il problema sul tono della risposta di Meloni.
Possibile che non venga mai il dubbio che il problema possa essere nato prima?
Meloni ha sfruttato politicamente la frase. Certo.
Giorgia Meloni ha fatto politica.
Ha preso la frase di Bonaccini e l’ha trasformata in un attacco durissimo alla sinistra, sostenendo che gli italiani che votano a destra hanno «studiato sulla loro pelle» le conseguenze delle politiche progressiste e che il centrodestra non chiede titoli di studio prima di ascoltare i cittadini.
È propaganda politica?
Naturalmente sì.
Come lo sono molte dichiarazioni di maggioranza e opposizione.
Ma quella risposta funziona perché tocca un nervo scoperto.
La percezione, cioè, di una parte della sinistra che considera alcuni elettori illuminati quando votano progressista e improvvisamente disinformati, arrabbiati, manipolati o culturalmente meno attrezzati quando votano dall’altra parte.
È questa percezione che dovrebbe preoccupare il PD.
Non il post della Meloni.
Ora cercate soltanto laureati?
A questo punto vorrei capire quale sarebbe l’elettore ideale.
Serve una laurea?
Magari due?
Master obbligatorio?
Dottorato per votare?
Naturalmente sto provocando.
Ma una democrazia funziona proprio perché il voto di un professore universitario vale esattamente quanto quello di un operaio che ha smesso di studiare a sedici anni.
E meno male.
Perché l’intelligenza politica non viene certificata da una pergamena.
C’è gente senza laurea che sa perfettamente quanto costa riempire un frigorifero.
Sa quanto pesa una rata del mutuo.
Sa quanto significa aspettare una visita specialistica.
Sa cosa vuol dire lavorare per quarant’anni.
Sa cosa succede nella propria periferia molto meglio di tanti commentatori che quella periferia la osservano da uno studio televisivo.
Possiamo non essere d’accordo con il loro voto.
Ma non possiamo trattarlo come il risultato di una mancanza culturale.
Il vero problema di Bonaccini era quasi giusto
E qui arriva il paradosso.
La parte più interessante del ragionamento di Bonaccini è proprio quella successiva: la sinistra dovrebbe domandarsi perché non riesce più a rappresentare le persone economicamente più fragili, chi vive nelle periferie e chi ha avuto meno opportunità.
Su questo, secondo me, avrebbe perfettamente ragione.
Ma allora bisogna arrivare fino in fondo.
La domanda non è:
«Perché chi ha studiato meno vota a destra?»
La domanda è:
«Perché persone che storicamente votavano a sinistra oggi non votano più per noi?»
Sono due domande apparentemente simili.
Politicamente sono opposte.
La prima guarda all’elettore.
La seconda guarda alla propria responsabilità.
Ed è proprio questa seconda domanda che la sinistra dovrebbe avere il coraggio di porsi.
Perché forse gli operai non sono diventati ignoranti.
Forse le periferie non sono diventate improvvisamente incapaci di capire la politica.
Forse milioni di italiani non sono diventati tutti vittime della propaganda.
Forse hanno semplicemente smesso di riconoscersi in voi.
E fino a quando la sinistra continuerà a cercare una spiegazione nel livello culturale degli elettori anziché nelle proprie trasformazioni, continuerà probabilmente a non capire una parte importante del Paese.
Prima di chiedere rispetto per Bonaccini, quindi, chiediamoci anche quale rispetto sia dovuto a chi vota diversamente.
Perché in democrazia non esistono elettori di serie A ed elettori di serie B.
Non esiste il voto del laureato che pesa più del voto dell’operaio.
E soprattutto non esistono cittadini che devono essere rieducati perché hanno messo una croce nel posto sbagliato.
Una volta la sinistra chiedeva il voto agli operai. Oggi rischia di chiedere loro il curriculum.
E forse è proprio da qui che dovrebbe cominciare la sua autocritica.
